martedì 3 marzo 2020

I banchieri fiorentini ai concili di Costanza e Basilea

Kurt Weissen

I banchieri fiorentini ai concili di Costanza e Basilea

Fonte: https://www.researchgate.net/publication/235999029_I_banchieri_fiorentini_ai_concili_di_Costanza_e_Basilea

1. Creazione di condizioni favorevoli

    Il Quattrocento vide la convocazione di due concili ecumenici in Germania: quello di Costanza (1414-1418) e quello di Basilea (1431-1449). Il raduno di diverse centinaia di principi della Chiesa, spesso molto ricchi e dissipatori, presentò notevoli problemi organizzativi alle autorità cittadine dei due centri urbani, ognuno dei quali contava circa 8.000 abitanti. I consigli comunali dovevano ed erano in grado di organizzare l’alloggio e il sostentamento di questo gran numero di ospiti; [1[ mentre difficili da soddisfare erano le esigenze dell’assemblea e dei suoi partecipanti per quanto riguardava i servizi bancari. Prima dell’inizio del concilio, non vi erano, né a Costanza, né a Basilea, filiali di banchieri italiani; comunque, i commercianti locali facevano affari sulle piazze mercantili internazionali con le imprese fiorentine e lavoravano anche con le lettere di cambio, ma nessuno di essi era collegato al sistema di pagamento della Curia. [2] Il fatto che i banchieri di Costanza e di Basilea dovettero cedere il passo agli italiani non aveva nulla a che fare con l’arretratezza delle conoscenze tecniche bancarie, ma era il risultato delle esigenze quantitative e dei desideri facilmente comprensibili dei principi della Chiesa al fine di mantenere i loro abituali rapporti di affari. [3]

    Giovanni XXIII si recò a Costanza, e si portò al seguito i suoi «mercatores romanam curiam sequentes», ai quali si unirono alcuni banchieri di Avignone e di Roma, che crearono legami finanziari con gli altri due antipapi. A Basilea, dove la situazione era ancora più difficile, poiché Eugenio IV non attraversò le Alpi e per lungo tempo fu nell’incertezza se far iniziare o meno i lavori dell’assemblea, i banchieri italiani mostrarono scarso interesse a offrire i propri servizi in tale città. Quindi, gli stessi partecipanti al concilio si adoperarono per aprire succursali delle maggiori banche e aziende mercantili italiane, invitando soprattutto Cosimo e Lorenzo de’ Medici a impiantare una filiale. [4]

    Nessuna banca però era disposta a rischiare una somma notevole con un beneficio finanziario alquanto incerto, solo per compiacenza nei confronti degli alti prelati. Esse pretesero e ricevettero dall’imperatore, dalle città e dai consigli ecclesiastici un certo numero di privilegi. Oltre a un salvacondotto imperiale, [5] ottennero di non essere sottoposte alla normativa locale corporativa e giudiziaria, di essere ampiamente liberate dalle imposte e dazi doganali, e di essere autorizzate a esportare, senza limitazione alcuna, oro e argento. [6] Quindi, non si assoggettarono alle condizioni locali, ma svolsero le loro attività come un’enclave italiana a nord delle Alpi. [7]


2. Elenco delle banche



   Così troviamo a Costanza, fin dal 1415, Carlo di Geri Bartoli (come rappresentante della società di Antonio di Iacopo e Doffo degli Spini), Aldighiero di Francesco Biliotti (per gli Alberti “antichi”), Bartolomeo de’ Bardi e Giovanni d’Amerigo Benci (per Giovanni di Bicci de’ Medici), Andrea e Luca de’ Bardi (in veste di fattori di Averardo di Francesco de’ Medici) e Adoardo Tornaquinci (per Filippo de’ Ricci). Quindi a Costanza contiamo tre banche, la cui attività era imperniata su Avignone (Averardo de’ Medici, Spini, Ricci) e due su Roma (Giovanni de’ Medici, Alberti). [8]

   Nella letteratura esistente è fortemente controverso se Cosimo de’ Medici abbia veramente intrapreso il viaggio per attraversare le Alpi, come viene riportato da Vespasiano da Bisticci. Cosimo avrebbe approfondito nella stessa Costanza la sua formazione bancaria e allo stesso tempo avrebbe ricercato vecchi manoscritti in Francia e in Germania. De Roover considera questa relazione come «questionable», [9] poiché non vi è alcun riferimento del genere presso l’archivio mediceo, mentre Holmes è convinto che la «legend is likely true». Come prova, egli richiama il salvacondotto che Giovanni XXIII fece emettere per Cosimo il 27 settembre 1414, a Bologna, contemporaneamente a un documento identico per Ilarione de’ Bardi e il fattore degli Alberti. [10] Comunque sia non esiste alcuna testimonianza di un soggiorno di Cosimo in Germania. [11]

   A Basilea, i rapporti furono molto complicati sia per il lungo periodo trascorso (sedici anni), sia per la composizione assai mutevole dell’assemblea. Già nel novembre 1432 Cosimo de’ Medici inviava il direttore della filiale di Ginevra, Giovanni d’Amerigo Benci, a Basilea, poiché questo conosceva bene la situazione economica in Germania dopo la sua permanenza a Costanza. Il Benci fondò con Tommaso Ruffaldi da Siena e Franceschino di Sangiorgio da Piacenza l’azienda di Giovanni d’Amerigo Benci & C. di Basilea. Quando finalmente apparve chiaro che il concilio si sarebbe realmente tenuto, fu inviato a Basilea Roberto Martelli, un fattore del banco Medici presso la Curia. Il Benci tornò a Ginevra, il Ruffaldi lasciò l’azienda e i Medici si separarono dal di Sangiorgio «detto Franceschino lo quale era ladro». [12] Nel giugno 1434, venne finalmente fondata la società di Cosimo e Lorenzo de’ Medici & C. di Basilea, la quale fu gestita dal Martelli fino allo scioglimento del concilio nell’anno 1438. Al Martelli successe Giovenco della Stufa e, infine, nel 1441 Lorenzo di Giovanni Nettoli. La banca infine ritornò a essere una società Benci e venne liquidata nel 1442. [13]

   Nel 1434, gli Alberti “antichi” fondarono una banca a Basilea, nella quale inviarono da Bruges Dego degli Alberti e da Valenza Antonio d’Averardo de’ Gianfigliazzi. Siccome il sistema bancario degli Alberti nel 1436 andò in bancarotta, i due fiorentini che lavoravano a Basilea trovarono un nuovo partner in Bernardo da Uzzano, dal quale la società prese il nome. Quando anche questa fallì nel 1439, Dego e Antonio continuarono l’attività a Basilea sotto il proprio nome. [14] Poi, nel 1442, Antonio andò a Ginevra e Dego lo seguì nel 1447. [15]

   Il tentativo di Galeazzo Borromei di gestire una banca a Basilea durò soltanto dal 1434 al 1437. Il suo primo direttore fu Tommaso Spinelli, seguito poi da Giovanni da Castro di Padova. [16]

   A queste tre banche fiorentine si affianca anche la banca di Pace Guarenti di Verona e Jacopo Benzi di Siena, che può essere documentata nella città sul Reno dal 1433 al 1447. [17]


3. Vivere nella colonia chiusa. Le fonti

   La disponibilità di fonti sulle attività di questi uomini d’affari italiani durante i concili nelle due città tedesche è straordinariamente copiosa. I documenti contabili, la corrispondenza, gli atti notarili, i documenti dell’amministrazione dei concili, della Camera Apostolica e delle autorità comunali ci permettono di ricostruire, per queste filiali dalla breve durata, un quadro molto più chiaro che per alcune altre società fiorentine che hanno lavorato in Germania per decenni in circostanze normali. Cosicché le fonti permettono di determinare una grande quantità di cifre relative al giro d’affari e agli utili delle imprese, ai doveri e agli obblighi dei depositari dei concili e alla ripartizione del mercato tra le banche.

   Anche le attività politiche diventano tangibili, in quanto soprattutto i rappresentanti della famiglia Medici dovevano tutelare in entrambi i concili i propri forti interessi politici. [18]

   In questo mio contributo non tratterò degli aspetti commerciali e politici relativi alla presenza italiana a nord delle Alpi, ma degli aspetti sociali: e cioè dei contatti sociali all’interno del gruppo dei fiorentini, dei loro rapporti con gli altri partecipanti al concilio (con le élite urbane, con i mercanti tedeschi), del loro comportamento quotidiano in un contesto “culturale” straniero.

   Oltre alle fonti su menzionate in sintesi, dobbiamo far riferimento più dettagliatamente a due quaderni di conti particolarmente attinenti a quest’aspetto. Il primo fu tenuto, a Costanza, da Carlo di Geri Bartoli, dal 9 giugno 1416 fino al 15 marzo 1417: in esso sono annotate dettagliatamente (in quasi 70 carte) tutte le spese da lui sostenute. [19] Accanto alle lettere di cambio, che ebbe modo di onorare a Costanza, e i crediti che concesse, troviamo registrate anche tutte le spese di funzionamento della banca e le spese giornaliere effettuate dai dipendenti. È da notare come in queste carte non si trovi alcun riferimento a vendita di merci: ciò fa pensare che si tratti della prima banca medievale a non aver svolto la seppur minima attività mercantile.

   Il secondo quaderno è uno stracciafoglio appartenuto a Roberto Martelli, che ricopre l’arco di tempo dal 13 dicembre 1433 al 27 giugno 1434 e riporta su 38 carte le sue spese minute e le entrate in Basilea, ma, contrariamente al quaderno del Bartoli, non menziona alcuna transazione riguardante lettere di cambio ed erogazione di crediti. [20]


Dimensione della colonia fiorentina

   Questo gruppo di fiorentini quanto è stato consistente nelle due città? Il cronista Ulrich von Richental ha riferito che le banche della Curia erano presenti a Costanza con 73 individui. [21] Questo numero appare eccessivo sulla base dei fatti. Se si assume che in queste banche lavoravano da due fino a un massimo di cinque italiani, si arriva a un numero attorno alle 20 persone. A Basilea, questo gruppo era probabilmente ancor più esiguo, tanto che nel periodo di maggiore attività si aggirava probabilmente intorno a circa 15 individui. Il 26 luglio 1437, anche Vieri di Niccolò de’ Medici viene accertato essere presente a Basilea. [22] Si tratta di un diretto discendente di Vieri di Cambio, presso il quale Giovanni de’ Medici trascorse i primi anni della sua attività di mercante. Il motivo del suo soggiorno a Basilea non è noto. Negli atti giudiziari di Basilea si conservano alcuni documenti che dimostrano la presenza – protrattasi ancora più a lungo – del medico Francesco d’Amerigo Zati e del barbiere Luca di Bartolomeo. [23] Sono da aggiungere commercianti e artigiani fiorentini che cercarono la loro fortuna sul Reno, e in alcuni casi anche mercanti che vi fecero tappa nel loro viaggio verso Bruges, Colonia o Lubecca, oltre a un nutrito gruppo di chierici. [24]


Abitare

   Dal momento che tutti i banchieri presumevano di poter lasciare presto la regione del Reno, di norma non credettero opportuno acquistare una casa, ma affittarono dei locali per abitarvi e svolgere il proprio lavoro. Bartoli, Biliotti e i rappresentanti dei Medici abitavano molto vicini uno all’altro, presso la chiesa di Santo Stefano, [25] che rappresentava il centro religioso del patriziato cittadino e il luogo dove si tennero numerose riunioni e molte celebrazioni religiose del concilio. Questi spazi erano dati loro in affitto da ricchi abitanti della città. Il Bartoli pagò 8 fiorini renani al mese, per quattro stanze, alla vedova di un orafo. In una camera ci dormiva lui stesso, nell’altra il cuoco, nella terza i due famigli e, nell’ultima, un certo ser Guasparre non ancora identificato. L’arredamento era molto semplice e molte coperte e cuscini erano rattoppati. Burkhard Kilcher di Costanza aveva messo a disposizione del Bartoli, per la sua attività, un altro locale al prezzo di 6 fiorini renani al mese. [26] Quindi la spesa annuale per l’affitto raggiungeva la ragguardevole somma di 168 fiorini. A Basilea si trova la stessa forma di raggruppamento con il fulcro attorno alla casa della corporazione alla quale erano collegati i ricchi mercanti della città. A differenza di Costanza, i padroni di casa non erano ricchi patrizi, ma mercanti che l’affittuario aveva conosciuto sulle piazze internazionali di Bruges, Venezia e Barcellona e con i quali da tempo aveva uno stabile rapporto di affari. I dipendenti dei Medici vivevano nelle stanze di «Arrigo Albison» (cioè Heinrich Halbisen) [27] e quelli dei Borromei presso «Guarnieri della Chiesa» (cioè Wernli von Kilchen) dell’azienda Diesbach-Watt. [28] Gli Alberti avevano le loro abitazioni e uffici direttamente nel palazzo della corporazione e pagavano per questi locali 192 fiorini all’anno. [29] Solo quando decisero di stabilirsi a Basilea, comprarono a pochi metri di distanza una casa e affittarono un ufficio nelle immediate vicinanze. [30] Sappiamo che a una certa distanza da queste tre banche risiedette un altro fiorentino: Lamberto di Bernardo Lamberteschi. Egli era il figlio maggiore di uno dei più ricchi uomini di Firenze, e fu dichiarato ribelle «del Chomune di Firenze» il 24 dicembre 1434. [31] Era sposato con una Pazzi e probabilmente sperava di guadagnare denaro al concilio di Basilea e di trovare amici nella sua lotta contro i Medici. È sicuramente facile immaginarsi come e perché gli altri fiorentini non desiderassero averlo nelle vicinanze.


Rapporti sociali

   Non deve sorprendere se i molti anni di assenza dalla patria portarono alla nascita di nuove amicizie e di reti di conoscenze che ebbero modo di mantenersi negli anni. Due documenti di Enea Silvio Piccolomini, che visse quasi dieci anni a Basilea, lo comprovano. Qui egli incontrò Giovanni da Castro, impiegato prima come fattore e poi dirigente della banca Borromei. Giovanni era figlio del famoso giurisperito Paolo di ser Angelo da Castro di Padova, che dal 1414 lavorò come giurista a Firenze. [32] Enea Silvio era un amico di Paolo. A Basilea si incontrarono queste due vecchie conoscenze che certamente cementarono qui la loro amicizia, la quale, in seguito, fu per il mercante ancora più importante, perché quando fu inseguito dai creditori nel 1460, Pio II gli concesse una protezione speciale nella Città eterna. Egli usò questa libertà per perseguire i suoi interessi per la mineralogia, interessi che lo avevano portato alla scoperta dei giacimenti di allume nelle colline della Tolfa, depositi decisamente importanti per la storia economica del secondo Quattrocento e del primo Cinquecento. [33] Enea Silvio poi descrisse Giuliano Baratti come «veterem et Basiliensem amicum»: costui era un mercante romano di modesto successo, che commerciava a Basilea con ogni tipo di spezie e medicinali. [34] Quando i Medici chiusero la loro filiale di Basilea nel 1442, fu da loro nominato procuratore ed ebbe il compito di saldare tutte le operazioni ancora pendenti. [35] Il Piccolomini soggiornò presso il Baratti, quando nel 1445 il re di Germania Federico III lo inviò a Roma con un’ambasciata.

   Nessuna amicizia tra i fiorentini è sorta a Costanza e a Basilea. Le lettere di Tommaso Spinelli e di Roberto Martelli ci danno piuttosto l’impressione che essi si osservassero reciprocamente, ma non coltivassero alcuna relazione sociale. Così i libri di conti contengono soltanto ricevute per il cibo che fu offerto agli ospiti, di solito mercanti in viaggio oppure studiosi e poeti di passaggio. Ad esempio, il Bartoli ospitò a Costanza Giovanni Gherardi da Prato, giurista e letterato, nonché famoso studioso di Dante. [36] Ed è con questo distacco critico che forse dobbiamo intendere la storia riportata dall’umanista Poggio Bracciolini. Carlo Bartoli doveva lasciare Costanza per tre mesi per sbrigare alcuni affari in Avignone. Quando tornò sul lago di Costanza, raccontò che tutti i fiorentini, in sei mesi, vi erano diventati matti. Aldighiero di Francesco Biliotti, direttore della banca Alberti, rispose che a Carlo era successa la stessa cosa in metà tempo. [37]

   L’unica circostanza in cui tutti i fiorentini presenti parteciparono in quanto collettività e furono percepiti come tali, fu quella dei festeggiamenti organizzati in occasione della festa di San Giovanni. Il cronista Ulrich von Richental descrive tale festività e gli illustratori dei due manoscritti conservati hanno trovato questa manifestazione degna di una rappresentazione pittorica. [38] Nel Bartoli si trova anche la registrazione della somma che dovette pagare per l’acquisto di candele nel corso di questa festa. [39]


L’affare del sigillo

   Gli indizi di un approccio politico comune si trovano nel cosiddetto “affare del sigillo” durante il concilio di Basilea. I direttori delle banche Medici e Borromei appartenevano a un gruppo di cospiratori che aveva tramato per far trasferire il concilio in Italia. Durante una notte, fecero rubare il sigillo del presidente del concilio, Cesarini, e con questo sigillarono un documento del concilio a favore della città di Udine; consegnarono poi questo falso documento a un messaggero, il quale però venne intercettato dopo pochi chilometri e la sua posta fu consegnata al concilio. Dinanzi a tutta l’assemblea, venne letta anche una lettera di Roberto Martelli, del cui contenuto ci informa Enea Silvio: «Robertus, ut erat dicax, furere synodum ajebat, patres quosdam temulentos asserebat, quosdam ignavos, asinos, boves appelabat». [40] Egli etichettava i padri del concilio con termini come “ubriachi”, “asini”, “buoi”. Questo genere di umorismo non fu molto apprezzato da parte dei signori della Chiesa, i quali furono tuttavia clementi poiché il Martelli riuscì a cavarsela con soltanto una condanna agli arresti domiciliari.

   Quindi, in sintesi, dobbiamo constatare che i fiorentini, anche se quasi tutti vicini di casa, non curavano i rapporti sociali tra loro, a meno che questi non fossero finalizzati a un interesse puramente commerciale e finanziario. Soltanto in alcune occasioni, mostrarono verso l’esterno un’identità collettiva, come invece fecero in altre città europee con la creazione di colonie e confraternite istituzionalizzate. Nei confronti delle autorità del concilio o della città non sono mai apparsi come una vera e propria natio.


Relazioni con i tedeschi

   Ulteriormente ridotte erano le relazioni tra fiorentini e tedeschi. Con i patrizi e i mercanti di Costanza e Basilea sembra che si siano limitati ad avere soltanto contatti commerciali. I rapporti più frequenti erano quelli che scaturivano dall’assunzione dei propri dipendenti, poiché i fiorentini non portavano dall’Italia cuochi, postini e servitori, ma questi venivano reclutati sul posto. Gli alimenti di uso quotidiano, quali carne, vino e pane, erano acquistati dai tedeschi, ma tutto il resto – candele, carta, spezie e medicine –, se possibile, presso un concittadino. Anche il barbiere veniva da Firenze. [41] Ovviamente cercavano di mantenere a nord delle Alpi lo stile ricevuto in patria, vivendo così in un mondo quasi del tutto chiuso.


Immagine degli italiani dalla Germania

   Risulta piuttosto difficile giudicare l’entità dello shock culturale prodotto dalla differenza tra il vivere a Firenze e a Basilea. Enea Silvio Piccolomini ci ha lasciato una descrizione molto positiva e favorevole della città tedesca. [42] Tuttavia, non ci sono abbastanza testimonianze che ci permettano di concludere che questa visione fosse quella della maggioranza degli italiani che vivevano a Basilea nella prima metà del Quattrocento. A questo proposito ho trovato soltanto due brevi passi di lettere di fiorentini che, del resto, si contraddicono l’uno con l’altro.

   Nel 1423, Tommaso di ser Giovanni Masi attraversò la Valle del Reno per dissuadere alcuni vetturali dal prendere la strada del San Gottardo con l’intenzione di attraversare i domini milanesi con certe mercanzie destinate a Firenze. Nelle otto lettere esistenti descrisse i suoi sforzi per riuscire a imbattersi in queste piccole carovane. Percepiva la sua permanenza a nord delle Alpi come una cosa molto spiacevole: «quando sarò costà, se a Dio piacerà, vi dirò a bocha de’ pericholi ò portati, che vedrete non è diletto né piacere andare per queste parti». [43] Sensazioni totalmente diverse furono espresse, nel 1444, da un certo Fruosino in una lettera scritta da Worms a Piero de’ Medici. Messosi al sicuro appena prima dell’avanzata delle truppe degli Armagnacchi del Delfinato, egli annunciava che non sarebbe arrivato a Bruges nei previsti otto giorni, ma bensì in quindici giorni, «perché messer Batista vuole stare ancora in queste belle terre un dì o 2, e anche a me piacie». [44]

   L’immagine stereotipata dei tedeschi nella letteratura italiana del XV secolo è molto meno ambigua. I tedeschi erano considerati come barbari, ai quali veniva rinfacciata la stupidità, l’ubriachezza, la voracità, la crudeltà, la mancanza di pulizia, la dissolutezza, la rapacità, la cupidigia, ecc. Un’espressione esemplare di questa valutazione si può trovare in un libro di testo della lingua mercantile veneziana del XV secolo che utilizza questa frase come esercitazione: « Basta dire tranquillamente che i tedeschi sono sempre ubriachi». [45] Come caratteristiche positive, gli italiani citavano soltanto l’abilità tecnica e la modestia. Ancora nel 1472, uno scrivano dell’amministrazione fiorentina scrive a margine di una lettera al consiglio di Norimberga: «De industria scripta barbare, ad barbarum hominem». [46]


4. Lamberto di Bernardo Lamberteschi

La battaglia di Anghiari

   Per concludere, vorrei soffermarmi sul destino di un esiliato a Basilea, e cioè di Lamberto di Bernardo Lamberteschi. Nonostante l’acquisizione della cittadinanza di Basilea e le varie attività commerciali svolte nella città sul Reno, egli aveva un solo obiettivo: rovesciare l’oligarchia di Cosimo de’ Medici e tornare a Firenze. A tal fine, da Basilea, si dette da fare per organizzarsi con altre persone che la pensavano come lui e partecipò a un’impresa militare rivolta contro Firenze. Nell’aprile del 1440 si trovava tra gli uomini che da Milano cercarono, sotto la guida del condottiero Niccolò Piccinino al soldo di Filippo Maria Visconti, di invadere il territorio della Repubblica fiorentina; invano, perché l’esecito milanese fu sconfitto a giugno nella famosa battaglia di Anghiari. [47] Poiché i fiorentini non riuscirono ad arrestare Lamberto, gli fecero fare un ritratto a grandezza naturale da Andrea del Castagno, lo appesero a una finestra al Palazzo del Podestà e gli appiccicarono un verso satirico di Antonio Buffone:

Io son Lamberto Lamberteschi, a cui
Ben si può dire: a te volò il cervello!
Con questi traditor farmi rubello
Della mia patria, ove già ricco fui. [48]


Alchimia

   Oltre a quello relativo al politico e al mercante, si trova in un manoscritto della British Library un altro aspetto di Lamberto de’ Lamberteschi: quello di un guaritore e di un alchimista precoce. I coniugi Lamberteschi vengono menzionati nel manoscritto Sloane 416 come autori di ricette molto diverse: per la fabbricazione di profumi «de Valens», per il test di gravidanza, ma anche per far sembrare forte e sano un cavallo debole. Bisogna riconoscere che si trattava di persone con un ampio spettro di interessi e conoscenze. Com’è stato utilizzato a Basilea questo bagaglio culturale? Trovarono amici dotati degli stessi gusti e delle stesse passioni scientifiche? Stando alle fonti note, ancora non è dato saperlo. [49]


Integrazione a Basilea

   Poco sappiamo anche sulla vita familiare di Lamberto in esilio. Sua moglie non faceva parte degli esiliati, per cui avrebbe potuto rimanere con i figli a Firenze, in modo da curare e tutelare gli interessi della famiglia. Nel Catasto del 1446 fu tuttavia rilevato esplicitamente che abitava con suo marito a Parma. [50] Da lì, nel 1448 scrisse una lettera alle autorità comunali di Firenze, nella quale chiedeva la protezione della sua dote contro la possibilità che i funzionari addetti alla distruzione dei beni dei ribelli potessero confiscarla. [51] Che avesse seguito suo marito al di là delle Alpi è indicato chiaramente nel manoscritto veneziano, là dove monna Lena indica più volte Basilea come il luogo originario in cui furono composte le ricette. I loro figli Venna, Bernardo e Carlo vennero al mondo molto probabilmente a Basilea tra il 1453 e il 1457. In questa città avevano la loro residenza principale, ma soggiornavano spesso anche in Italia. Lamberto, durante le sue assenze, si fece rappresentare negli affari da persone di Basilea. [52]

   Se Lamberto si rifiutava di continuare a pagare le tasse a Firenze, assolveva però questo dovere nella città del suo esilio. Nella lista delle imposte di Basilea dell’anno 1454, egli figura come «der Lamparter» con un patrimonio di 3.950 fiorini di Reno. [53] Faceva parte quindi, anche a Basilea, dei più ricchi contribuenti, anche se prima di lui vi era tutta una serie di cittadini di Basilea che dichiaravano un patrimonio di gran lunga superiore al suo. Fino a che punto questo dato corrispondesse alla realtà è una questione che rimane insoluta, perché nella città renana nessuno conosceva con certezza la portata delle sue compartecipazioni finanziarie in Italia. Incontriamo Lamberto in veste di appartenente a una corporazione di Basilea in un documento del 1448, che lo descrive, ancora una volta, come un uomo bellicoso, poiché coinvolse nella guerra contro i nobili confinanti i membri della sua corporazione. [54]


Morte

   Il 6 novembre 1458 il partito dei Medici prolungò di altri 25 anni l’esilio di Lamberto e di suo fratello Domenico. [55] Questa notizia non fece in tempo a raggiungerlo, perché egli morì l’8 luglio di quell’anno e fu sepolto nella chiesa francescana detta Barfüsserkirche. Sulla pietra tombale, la cui iscrizione ci è pervenuta grazie a una trascrizione del XVII secolo, vi era scritto:

Anno Domini M.CCCC.LVIII
Hic jacet
LAMPERTUS de BERNHARDI
de Lampertescus,
civis Basil.
expulsus de Florentia indigne.
Cuius anima requiescat in pace [56]

   Queste poche parole descrivono il conflitto interiore di Lamberto, perennemente in bilico tra la sua città natale, nella quale avrebbe voluto sempre tornare, e la città che lo ospitò durante l’esilio e gli assicurò la cit- tadinanza. Probabilmente si sentì sempre e comunque un ospite, visto che non acquistò mai una casa a Basilea.


La famiglia dopo il ritorno

   Dopo la morte del marito, Lena con i figlioli piccoli visse a Basilea ancora due o tre anni. Soltanto il 26 ottobre 1464 è di nuovo documentata a Firenze, dove vendette ai Lanfredini uno degli ultimi possedimenti della famiglia con la Torre al Gallo. [57] La loro imposta, nel Catasto del 1469, non fa menzione di alcuna connessione con Basilea. [58] I loro figli Bernardo e Venna sono attestati a Napoli attorno al 1475, dove la figlia aveva sposato Antonio Villani e teneva per Bernardo un conto presso il mercante di seta Tommaso Ginori. [59] Nel 1494, dopo la cacciata dei Medici, Bernardo riacquistò la cittadinanza di Firenze, cosicché la famiglia Lamberteschi risultò bandita dalla propria città di origine esattamente per sessant’anni, dileguandosi nel lungo periodo di esilio la fama e il patrimonio del casato. Attorno al 1500, a Firenze si troveranno soltanto due Lamberteschi.



Note:

1. T. Geering, Handel und Industrie der Stadt Basel. Zunftwesen und Wirtschafts- geschichte bis zum Ende des XVII. Jahrhundert, Felix Schneider Verlag, Basel 1886; A. Schulte, Geschichte des mittelalterlichen Handels und Verkehrs zwischen Westdeutschland und Italien mit Ausschluss von Venedig, 2 voll., Duncker & Humblot, Leipzig 1900; F. Ehrensperger, Basels Stellung im internationalen Handelsverkehr des Spätmittelalters, aku-Fotodruck, Zürich 1972.

2. Schulte, Geschichte des mittelalterlichen Handels, I, pp. 338-339 e II, p. 231.

3. K. Weissen, Fortschrittsverweigerung? in Tradition, Innovation, Invention, a cura di H.-J. Schmidt, Walter de Gruyter, Berlin 2005, pp. 161-178.

4. Archivio di Stato Firenze (da ora ASF), Diplomatico, Medicee laiche, 22 marzo 1433: «Cum spectabilis vir Iohannes Americi Benci, [...], ad nostram instantiam personaliter cum suis sociis rebus et bonis, invenibus et servitoribus ad civitatem Basiliensem et Concilium ibidem existens se transtulerit, sitque eius huiusmodi accessus dicto Sacro Concilio utilis et expediens, [...]».

5. ASF, Diplomatico, Pergamene Medicee, 22 marzo 1433. G. Beinhoff, Die Italie- ner am Hof Kaiser Sigismunds (1410-1437), Peter Lang, Frankfurt am Main 1995, p. 177; Die Urkunden Kaiser Sigmunds (1410-1437), a cura di W. Altmann, Wagner, Innsbruck 1896-1900, n. 9193 e n. 9304.

6. Staatsarchiv Basel (da ora STAB), Politisches C 2, Concil von Basel, c. 31v (8 aprile 1433): «Lieber Johannes: miner heren meynung ist, dz du den sechs personen – uff jene site geschriben – sagest, sii mögent ire laden ufftuon und veilhaben. Und nim nizemal kennen phundzoll von inen. Sag inen ouch dabii, dz sii sich keines andern koufmansguot der bie siie oder harkomet underziehent. Nach den andern allen schick und nim dem phun- dzoll und gib kein zil mee».

7. A. Esch, Florentiner in Rom um 1400: Namensverzeichnis der ersten Quattrocento- Generation, in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 52 (1972), pp. 476-525; M.M. Bullard, “Mercatores Florentini Romanam Curiam Sequentes” in the Early Sixteenth Century, in «Journal of Medieval and Renaissance Studies», 6 (1976), pp. 51-71; I. Fosi, I mercanti fiorentini, il Campidoglio e il Papa. Il gioco delle parti, in Roma e lo Studium Urbis. Spazio urbano e cultura dal Quattro al Seicento, Atti del Convegno, Roma, 7-10 giugno 1989, a cura di P. Cherubini, Ministero per i beni culturali e ambientali. Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 1992, pp. 169-185.

8. Esch, Florentiner in Rom um 1400, in partcolare p. 504; K.A. Fink, Zum Finanzwesen des Konstanzer Konzils, in Festschrift für Hermann Heimpel zum 70. Geburtstag am 19. September 1971, a cura del Max-Planck-Institut für Geschichte Göttingen, Vanden- hoeck & Ruprecht, Göttingen 1971-1972, pp. 627-651, in particolare pp. 646-647.

9. R. de Roover, The rise and decline of the Medici bank (1397-1494), Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1963, p. 203.

10. G. Holmes, How the Medici became the pope’s bankers, in Florentine studies, a cura di N. Rubinstein, Faber and Faber, London 1968, pp. 357-380, in particolare p. 373.

11. Per la presenza di Cosimo si dichiararono anche G. Capponi, Geschichte der florentinischen Republik, 2 voll., T.O. Weigel, Leipzig 1876, I, p. 436; O. Meltzing, Das Bankhaus der Medici und seine Vorläufer, G. Fischer, Jena 1906, p. 103; G. von Pölnitz, Relazioni culturali germanico-romane nel Rinascimento, Essener Verlagsanstalt, Essen 1942, p. 138. Non prende posizione H. Kellenbenz, Gli operatori economici e il mondo economico italiano nell’opera di Federigo Melis, in Aspetti della vita economica medievale, Atti del convegno di studi nel X anniversario della morte di Federigo Melis, Firenze-Pisa-Prato, 10-14 marzo 1984, L’arte della stampa, Firenze 1985, pp. IX-XLII e p. 340.

12. Ricordanze di Roberto Martelli: ASF, Martelli, 303.

13. K. Weissen, Die Bank von Cosimo und Lorenzo de’ Medici am Basler Konzil (1433- 1444), in «Vierteljahrschrift für Sozial- und Wirtschaftsgeschichte», 82 (1995), pp. 350-396.

14. Isola Bella, Archivio Borromei, mastro n. 7, cc. 69r - v, 153r - v, 209r - v; mastro n. 8, cc. 192r-v, 199v, 266r-v

15. Firenze, Archivio dell’Ospedale degli Innocenti, Estranei, 488, c. 17r.

16. W. Caferro, L’attività bancaria papale e la Firenze del Rinascimento, in «Società e storia», 70 (1995), pp. 717-753.

17. STAB, Missiven A 9, 93; Öffnungsbuch I, 49; GA 0 1, 281v.

18. L. Losi, Rapporti dei Medici con il Concilio di Basilea-Ferrara-Firenze attraverso una corrispondenza medicea, 1433-1439, tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze 1968.

19. ASF, Corporazioni religiose soppresse dal governo francese, 88, 22.

20. ASF, Mediceo avanti il Principato, 131, C.

21. U. von Richental, Chronik des Constanzer Concils 1414-1418, a cura di M.R. Buck, Litterarischer Verein, Tübingen 1882, p. 182: «Item es warend och zu Costentz wechsler, die allain dem baupst, den cardinäln und irem gesind wechsslotend und hinder sy ir gut leitend, von Florentz und anderen landen mit iren dienern LXXIII».

22. G. Camerani Marri, I documenti commerciali del Fondo diplomatico mediceo nell’Archivio di Stato di Firenze (1230-1492), Olschki, Firenze 1951, p. 51, n. 120.

23. Francesco d’Amerigo Zati: (STAB), Gerichtsarchiv E 1, c. 153v. ASF, Catasto, 73, c. 177. Luca di Bartolomeo: (STAB), Öffnungsbücher 1, c. 41v.

24. ASF, Mediceo avanti il Principato, 13, n. 66.

25. Schulte, Geschichte des mittelalterlichen Handels, p. 231.

26. ASF, Corporazioni religiose soppresse dal governo francese, 88, 22.

27. ASF, Mediceo avanti il Principato, 104, n. 60, cc. 598-602.

28. Yale University, Beinecke Library, Spinelli Family Papers, box. 90, n. 1700.

29. STAB, Öffnungsbuch I, c. 120.

30. Ehrensperger, Basels Stellung im internationalen Handelsverkehr, p. 278.

31. G. Cambi, Istorie, a cura di I. di San Luigi, Gaetano Cambiagi, Firenze 1785-1786, pp. 364-365; G. di Iacopo Morelli, L. di Lorenzo Morelli, Croniche, a cura di I. di San Luigi, Gaetano Cambiagi, Firenze 1785, p. 125.

32. L. Martines, Lawyers and Statecraft in Renaissance Florence, Princeton Univer- sity Press, Princeton 1968, pp. 499 e ss.

33. de Roover, The rise and decline, p. 438; Caferro, L’attività bancaria papale, pp. 717-753, in particolare pp. 726-727; M. Caravale, Di Castro, Giovanni, in Dizionario biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1960, XXII, pp. 225-227; A. Gottlob, Aus der Camera apostolica des 15. Jahrhunderts, Wagner, Innsbruck 1889, pp. 278-305; J. Delumeau, L’alun de Rome, XV e -XIX e siècles, SEVPEN, Paris 1963.

34. Unter Kaiser Friedrich III, 1442-1445, a cura di W. Kämmerer, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1961-1963, p. 670.

35. ASF, Mediceo avanti il Principato, 104, n. 60, c. 599r.

36. ASF, Corporazioni religiose soppresse dal governo francese, 88, 22.

37. Holmes, How the Medici became the pope’s bankers, p. 374, annotazione 3.

38. Richental, Chronik des Constanzer Concils.

39. ASF, Corporazioni religiose soppresse dal governo francese, 88, 22.

40. Enea Silvio Piccolomini [Pius II], A calumniis vindicatus, a cura di C. Fea, Bourlié, Roma 1823, pp. 74-75.

41. STAB, Öffnungsbuch 1, c. 41v.

42. A. Hartmann, E. Bonjour, Basel in einigen alten Stadtbildern und in den beiden berühmten Beschreibungen des Aeneas Sylvius Piccolomini, Holbein-Verlag, Basel 1951.

43. Biblioteca Nazionale Centrale Firenze, Manoscritti, II, V, 10, c. 196.

44. ASF, Mediceo avanti il Principato, 137, n. 42.

45. A. Esch, Roma come centro di importazioni nella seconda metà del Quattrocento ed il peso economico del papato, in Roma capitale (1447-1527), Atti del quarto convegno del centro di studi sulla civiltà del tardo Medioevo, San Miniato, 27-31 ottobre 1992, a cura di S. Gensini, Pacini, Pisa 1994, pp. 107-143, in particolare p. 120.

46. L. Böninger, Die deutsche Einwanderung nach Florenz im Spätmittelalter, Brill, Leiden 2006, p. 267.

47. Giovanni Rucellai ed il suo Zibaldone, a cura di F.W. Kent e A. Perosa, 2 voll., Warburg Institute, London 1960-1981, I, p. 50; M. Griffo, Firenze antica dalle origini a Lorenzo il Magnifico, Camunia, Milano 1986, pp. 283-289; B. Dei, La cronica dall’anno 1400 all’anno 1500, a cura di R. Barducci, F. Papafava, Firenze 1985, p. 56.

48. Commissioni di Rinaldo degli Albizzi per il Comune di Firenze, a cura di C. Guasti, 3 voll., M. Cellini, Firenze 1867-1873, III, pp. 669-671.

49. B.S. Tosatti, Il manoscritto veneziano, CARMAS, Milano 1991.

50. ASF, Catasto, 658, cc. 583r-584r.

51. G. Cavalcanti, Istorie fiorentine, a cura di F.-L. Polidori, 2 voll., All’insegna di Dante, Firenze 1838-1839, II, pp. 428-429.

52. STAB, GA A 26, 283v.

53. G. Schönberg, Finanzverhältnisse der Stadt Basel im 14. und 15. Jahrhundert, Laupp’sche Buchhandlung, Tübingen 1879, p. 617.

54. P. Koelner, Die Zunft zum Schlüssel in Basel, Benno Schwabe, Basel 1953, p. 224.

55. Pagolo di Matteo Petriboni, Matteo di Borgo Rinaldi, Priorista (1407-1459). With Two Appendices (1282-1406), a cura di J.A. Gutwirth, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2001, p. 460.

56. J. Tonjola, Basilea sepulta retecta continuata. Monumenta sepulchralia templo- rum, E. König et fil., Basilea 1661, p. 251.

57. ASF, Gondi, 10.

58. ASF, Catasto, 911, c. 316r-v.

59. ASF, Otto di Guardia e Balia della Repubblica, 224, c. 104r. STAB, GA A 36, (sabato ante palmarum, 1487).

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