lunedì 10 settembre 2018

Giurimetria bancaria : basi tecniche

Giurimetria bancaria : basi tecniche

PAOLO MANCA - 2018 –

(sintesi)

Questo libro presenta il punto di vista, in buona parte originale, di uno studioso della materia i cui contributi, che non hanno avuto un riconoscimento adeguato al di fuori del campo specialistico, potrebbero trovare maggiore accoglimento nella giurisprudenza, anche al fine di eliminare lacune della legislazione corrente e conseguenti sentenze contraddittorie rilasciate da tribunali inadeguati.

Il testo, che si rivolge a cultori di materie giuridiche, bancarie, aziendali, presenta temi di matematica applicata senza indugiare su finezze e precisazioni formali ,nei limiti di quanto afferma Einstein per cui “bisognerebbe rendere tutto il più semplice possibile, ma non troppo semplice”.

Il testo è organizzato in due capitoli.

Nel primo capitolo si considerano i contratti finanziari cosiddetti deterministici, in cui cioè tutte le prestazioni sono numeri (certi) : si chiarisce il significato dell’ammortamento e la sua equivalenza col principio del valore attuale calcolato con legge esponenziale; si mostra la disutilità dell’uso del termine “tasso nominale”; si evidenzia quale sia il corretto significato da attribuire al tegm (tasso effettivo globale medio) con quanto ne consegue; si ridimensiona un termine abusato “l’anatocismo”; si evidenziano le clausole che creano l’ indeterminatezza dei contratti.

Nel secondo capitolo si considerano i contratti finanziari aleatori, in cui cioè alcune prestazioni e condizioni sono aleatorie, quali ad esempio l’indicizzazione : si mostra come occorrerebbe procedere per valutare correttamente l’ISC e il tasso soglia di usura ; si introduce un concetto relativamente originale di “contratto deterministico equivalente ad un contratto aleatorio” e si mostra come ricondurre la valutazione di un contratto aleatorio al contratto deterministico equivalente; si mostra come valutare clausole contrattuali riconducibili alle opzioni, esplicite e implicite, e in particolare la clausola dell’estinzione anticipata.

In tale contesto diventa evidente come con l’attuale metodologia di determinazione dell’ISC ogni contratto di mutuo indicizzato può tranquillamente essere impugnato e dichiarato indeterminato.


Qui di seguito elenchiamo alcuni dei quesiti a cui queste pagine dovrebbero dare elementi di risposta.

Perché la dizione “tasso di interesse nominale” è indeterminata?

Che significato ha il taeg/isc ?

Perché anche le opzioni implicite concorrono al calcolo del taeg e come si valutano?

Come si dovrebbe calcolare correttamente il taeg nei mutui indicizzati e in altri contratti aleatori ?

Le “penali” per la risoluzione anticipata di un mutuo vanno inserite nel calcolo del taeg?

Esiste una definizione operativa di anatocismo?

Ha senso vietare l’anatocismo?

Perché funzionano bene solo le leggi di interesse esponenziali?

Come si calcolano o come dovrebbero correttamente calcolarsi somme arretrate tenuto conto degli interessi legali e dell’inflazione?

Perché un contratto finanziario aleatorio equivale all’acquisto del biglietto di una lotteria?

Perché il prezzo equo di una lotteria dipende in modo essenziale dal modello adottato per la determinazione delle probabilità che a sua volta dipende dall’esistenza o meno di un mercato efficiente?

Perché occorre dichiarare il profilo di rischio di un derivato e, in generale, di ogni operazione finanziaria aleatoria e quali sono le misure di rischio da dichiarare e quale il loro significato?

Perche il vanilla interest rate swap (irs) ha fair value iniziale pari a zero?

Come si valuta l’up front in un contratto irs?

Cosa è il principio del contratto certo equivalente?

Come si può ricondurre la valutazione di un contratto finanziario aleatorio ad un contratto “certo” in presenza di un mercato efficiente?


n.b:
Considerate le finalità “tecniche” del testo, che intende fornire spunti vari alla giurisprudenza bancaria, i riferimenti a specifiche disposizioni legali in materia vengono volutamente accennati solo ove indispensabili.



indice:

capitolo 1 : contratti “certi”

1. PRESENTAZIONE

2. NOZIONI PRELIMINARI

3. TASSI EFFETTIVI E TASSI NOMINALI

4. LEGGI FINANZIARIE

5. TASSO INTERNO DI RENDIMENTO

6. L’AMMORTAMENTO IN CONDIZIONI DETERMINISTICHE

7. POTERE DI ACQUISTO DELLA MONETA

8. ANATOCISMO


Appendice al cap.1

A1.Legge esponenziale.

A2.Equivalenza tra le condizioni di ammortamento e il valore attuale con legge di interesse esponenziale

A3. Formule per usuali tipi di ammortamento a tasso fisso costante.



capitolo 2 : contratti aleatori


1. PRESENTAZIONE

2. LA CURVA DEI TASSI A PRONTI E A TERMINE

3. OPERAZIONI FINANZIARIE ALEATORIE ( OFA)

4. VALUTAZIONE DELLE OFA (fair value)

5. RISCHIO FINANZIARIO

6. MISURE DI RISCHIO FINANZIARIO

7. PRINCIPIO DEL CONTRATTO CERTO EQUIVALENTE

8. CLAUSOLA DEL RIMBORSO ANTICIPATO




Appendice al cap.2

B1. Swap

B2. Titoli derivati

B3. Leggi finanziarie

B4. Tipologie di leggi finanziarie

B5. Prezzi a pronti (spot) e prezzi a termine (forward)

B6. Alea e indeterminatezza

B7. Probabilità neutrale al rischio

B8. Misure ordinali, differenziali, cardinali

B9. Clausola del rimborso anticipato

B 10. Certo equivalente

martedì 21 agosto 2018

Anteprima del corso a Firenze del 28 settembre 2018

Marco Saba presenta una soluzione di normalizzazione del sistema bancario e delle operazioni del Tesoro con euro scritturali utilizzando la tecnologia blockchain.


Diapositiva presentata nel video:


mercoledì 15 agosto 2018

Antica Roma: quando i prefetti controllavano i banchieri

Contabilità bancaria e sorveglianza nell'antica Roma

Tratto da: The Babylonian Woe, David Astle, 1975, pag.79:
https://ia802609.us.archive.org/14/items/TheBabylonianWoe/Babylonian_Woe.pdf
Immagine correlata
A Roma, durante l'impero, i banchieri, gli argentarii, come anche gli stessi nummularii, erano posti sotto la sorveglianza di funzionari statali, “praefectus urbi”, e nelle province, sotto la sorveglianza del governatore. Essi erano probabilmente oggetto della concessione di una licenza, o investitura, che era accordata solo ad un numero molto limitato di persone; in caso di controversia erano obbligati a produrre i loro libri (rationes edere), che erano la prova dei pagamenti effettuati e delle transazioni effettuate. Per via della loro licenza erano sottoposti a regolamentazione legale.

Questi libri erano di tre tipi: in primo luogo c'era un libro di cassa,
codex accepti et expensi
 in cui in ordine di data erano registrati i depositi e i prelievi dell'argentarius con menzione della natura dell'attività e dei nomi delle persone interessate.

Al secondo posto, un conto corrente
rationes, liber rationum
in cui le operazioni bancarie dell'argentario con ogni persona coinvolta venivano tenute per debito e credito; grazie a ciò, si poteva sapere in un attimo  quanto al mercante era dovuto da ciascuno dei suoi clienti e quanto doveva pagare loro.

Al terzo posto tenevano un libro,
Adversaria
in cui veniva conservato il registro delle transazioni in corso, ancor prima che fossero iscritte nel codex.

Tra questi libri, quello che è peculiare degli argentari, è il libro del conto corrente, reso necessario dal gran numero di transazioni;
il libretto di cassa, al contrario, in cui venivano inseriti per ordine di data i depositi e prelievi, expensum ferre, acceptum referre, era tenuto da ogni capofamiglia fino al III secolo d.C., periodo in cui questa usanza cadde in disuso.

mensae scripturae

 Le mensae scripturae servivano in ciò che riguardava le attività bancarie, tanto per costituire un contratto, quanto per fornire prove, e la maggior parte dei pagamenti venivano effettuati mediante trascrizioni e testimonianze registrate nei libri contabili degli argentarii; il pagamento diretto (domo ex arca sua) era effettuato raramente, ma molto spesso era effettuato tramite l’intermediazione di banchieri (de mensae scriptura), sia che i soldi fossero stati depositati presso gli stessi per i quali erano obbligati a rendere conto (rationem reddere), o se fosse stato possibile aprire con loro un rapporto di credito dal quale effettuavano il pagamento a seguito di una delega.


Nota Bene: Edere rationes e Reddere rationes
Tra Edere rationes e Reddere rationes passa molta differenza. Colui che dicesi Edere jussus non è tenuto a dare la rimanenza. E di vero, anche il banchiere si ritiene Edere rationem ancorché non paghi la rimanenza che giace presso di lui. Per lo contrario colui che si dice Reddere rationes jussus non si reputa satisfare se restituisce la rimanenza, ma non produce i conti, non editis rationibus.
Da: R.G.Pothier, Le pandette di Giustiniano, Tipografia Giustinianea di Antonio Bazzarini, 1842, pag.497
https://books.google.it/books?id=93Wvj87WpHAC&hl=it&source=gbs_navlinks_s

Nei casi di discrepanza con il seguente originale inglese, si è seguito il dettato dell'originale francese Manuel des Antiquités Romaines, pp. 78-85; Tome Dixième; De l’Organisation Financière chez les Romaines. Théodore Mommsen,
Joachim Marquardt. Paris. 1888
https://ia600304.us.archive.org/7/items/delorganisationf10marq/delorganisationf10marq.pdf

Originale inglese:

martedì 14 agosto 2018

Carige, in crisi profonda anche l’ultima banca della prima Repubblica

La contesa

Carige, in crisi profonda anche l’ultima banca della prima Repubblica


Chissà se lo spagnolo Ramon Quintana della Vigilanza Bce e la tedesca Elke Konig del Single Resolution Board della Ue avrebbero mai pensato di dover essere chiamati - come avvenne nella lunga notte tra il 15 e il 16 novembre del 2017 - per gestire la resolution, ovvero il fallimento, dell’italiana Banca Carige. Ore drammatiche per un milione di correntisti dell’istituto ligure e anche per le Autorità di Vigilanza italiane (Bankitalia e Mef). Senza l’aumento di capitale da 560 milioni da realizzarsi entro il 31 dicembre, Carige non aveva altra prospettiva che la risoluzione. Il governo Gentiloni stava per rimettere il mandato, in vista delle elezioni politiche del 4 marzo, e politicamente era nei fatti impossibilitato ad agire con un decreto d’urgenza come avvenuto per il salvataggio di quel che era rimasto delle banche venete. Dopo 48 ore concitate, Carige riuscì - anche grazie alla moral suasion delle istituzioni - a chiudere il consorzio di garanzia e l’aumento di capitale andò in porto evitando in extremis il default.

A pochi mesi di distanza dal drammatico salvataggio di ultima istanza, quelle ore di panico che avevano contagiato l’intero sistema bancario italiano - il default di una banca alla vigilia delle elezioni poteva avere conseguenze imprevedibili - sembrano non avere lasciato alcun ricordo nella mente dei grandi azionisti e amministratori di Carige, che da settimane hanno ripreso a litigare e a dare l’impressione di contendersi un “tesoro” invisibile a molti osservatori, a partire dalla Vigilanza Bce. Perché una piccola banca italiana, ancora convalescente dopo una crisi durata oltre un decennio, scatena una battaglia finanziaria che ha già messo in allerta la Bce e fatto scattare le indagini della Procura di Genova? Per provare a dare una risposta, bisogna partire dai bilanci. E poi risalire al contesto economico e politico di quella che, a giudizio di un banchiere informato dei fatti, resta ormai nel Nord Italia «l’ultima banca della Prima Repubblica, un coacervo di affari, lobbies e politica».

USCITE DAL CDA, PERDITE E CADUTE IN BORSA

I numeri, dunque. Prima della fuga di liquidità del novembre 2017, oltre 1,5 miliardi ritirati dai conti correnti, Carige contava su circa un milione di clienti in Liguria, alta Toscana, Piemonte, Veneto e Roma. La raccolta si è poi stabilizzata ma la dipendenza dal mercato interbancario è aumentata mentre sono scesi i depositi dei clienti che, pur non chiudendo il conto, hanno talvolta ridotto le giacenze sotto il tetto garantito dei 100.000 euro. La crisi è evidente anche da alcuni particolari, di immagine più che di sostanza. Per fare cassa e plusvalenze, Carige è stata costretta a cedere la sede di Milano. E oggi è in subaffitto in un immobile che UniCredit ha affittato da Malacalza.
Il problema poi sono gli impieghi, ovvero i crediti alla clientela che da anni sono in continua caduta: dai 25,4 miliardi del 2010 sono scesi ai 17,7 miliardi del 2017. Le imprese più grandi o si finanziano sul mercato, se quotate, o ottengono credito a basso costo dalle grandi banche. A Carige resta lo small business e i crediti concessi negli anni dal vecchio padre padrone Giovanni Berneschi, condannato in Appello a 8 anni e sette mesi di pena, ai vari progetti di sviluppo immobiliare locale, spesso diventati Npl nei bilanci della banca, erogati per accontentare il mondo della politica locale. Come il progetto del villaggio tecnologico degli Erzelli, caro all’ex presidente della Regione Pd Claudio Burlando, che per Carige si è tradotto in 250 milioni di Npl. O i crediti concessi per il progetto Marina Genova-Aeroporto, anch’essi finiti tra i crediti dubbi come documentato dai verbali ispettivi di Bankitalia.

A chi interessano questi affari locali? Poco ai piccoli azionisti di Carige. Molto alla politica ligure che, da sempre, è stata il decisivo “tutor” nei confronti delle varie autorità romane per garantire la necessaria libertà di manovra alla spregiudicata gestione di Berneschi & friends. Riecheggiando quanto accadeva nel medioevo, due sono state le «signorie» che si sono spartite l’influenza politica su Carige: quella dei feudatari della riviera di Levante capitanati dall’ex senatore spezzino Luigi Grillo. E quella comandata dal “gran signore” della riviera di Ponente, l’ex ministro Claudio Scajola, forte anche per il conferimento a Carige della Cassa di Risparmio di Imperia (città di cui è appena diventato sindaco). Sia Grillo che Scajola sono stati protagonisti di primo piano dell’era berlusconiana di Forza Italia ma, da veri ex (?) democristiani, hanno sempre trovato un modo di convivere e di trovare accordi nei grandi affari locali in cui è stata coinvolta Carige: dai porti ai trasporti, fino alle grandi opere. Rapporti difficili da spiegare alla Vigilanza Bce, che forse non ha del tutto chiaro come sia stato possibile che - all’epoca in cui Tarcisio Bertone era cardinale di Genova - lo Ior guidato da Ettore Gotti Tedeschi, finanziere di origini piacentine da sempre considerato vicino all’Opus Dei, nel 2010 tentò di entrare nel capitale di Carige rilevando dalla Fondazione per 100 milioni parte dei diritti di opzione di un prestito convertibile che serviva per ricapitalizzare una Carige già in affanno. Niente di illecito, come documentato poi dalla Procura. Ma certamente testimonianza di quanto certi ambienti della finanza cattolica avessero a cuore le sorti di Carige, per motivi e interessi mai spiegati.

Questo coacervo di politica (vecchia e nuova) e di lobby affaristiche locali (e non solo) intravede ora l’opportunità di rientrare in gioco, facendo da sponda a qualche azionista o pilotando la banca verso un’aggregazione “amica”? Di certo ci proverà, tentando di recuperare lo spazio perso durante la fase della Carige targata Malacalza. Per convinzione, e forse anche per scarsa diplomazia, l’imprenditore ligure ha certamente il merito, oltre a quello di aver investito centinaia di milioni, di aver fatto da argine alle intromissioni della politica. Ma non ha impresso alcuna svolta alla banca, tuttora in crisi, e ha pregiudicato i rapporti con la Vigilanza Bce.

Azionista con il 20,6% di Carige, Malacalza ha vissuto il suo ruolo da primo socio pensando anche di essere l’unico. «In fin dei conti, Malacalza è il padrone, diciamo, di questa banca, non è che si può discutere» ha commentato in un’intervista al Sole24Ore del 26 giugno, forse con qualche ingenuità, l’ex presidente di Carige Giuseppe Tesauro. In pochi anni il “padrone” di Carige ha praticamente litigato con chiunque avesse ruoli di gestione. I primi a farne le spese sono stati l’ex presidente Cesare Castelbarco e l’ex amministratore delegato Piero Montani che, chiamati da Bankitalia a risanare l’istituto dopo la gestione Berneschi, sono stati oggetto di un’azione di responsabilità dalla banca guidata da Malacalza. Stessa sorte per il fondo di private equity Apollo in un contenzioso che coinvolge la banca e le ex controllate assicurative. All’epoca dello scontro con Castelbarco-Montani, il referente di Malacalza in cda era il banchiere Beniamino Anselmi - nominato presidente del comitato esecutivo - che suggerì come amministratore delegato Guido Bastianini. Pochi mesi ed entrambi sono stati rimossi, per disaccordi con il “padrone” dell’istituto. A corto di manager, Malacalza chiese aiuto all’ex ceo di UniCredit Federico Ghizzoni che gli segnalò Paolo Fiorentino. Idillio durato pochi mesi perchè, sempre secondo l’ex presidente Tesauro, scelto da Malacalza, l’attuale ad «è bravo ma è un po’ spendaccione e un po’, come posso dire… svelto, ecco».

Se con ogni evidenza tra Fiorentino e Malacalza la rottura è totale, l’incerto futuro della banca è appeso all’esito dell’assemblea del 20 settembre per il rinnovo del cda dove, con ogni probabilità, si scontreranno la lista Malacalza e quella dell’inedito asse in via di formazione tra il finanziere Raffaele Mincione e il petroliere Gabriele Volpi. «Nelle banche si sono visti azionisti di migliore reputazione ma, data la situazione di Carige, inutile pensare che a Genova arrivi un Warren Buffett», è il commento di un banchiere d’affari che chiede l’anonimato.
Chiunque vinca la battaglia, non potrà dire: «abbiamo una banca». Ma sarà costretto a percorrere in fretta lo stretto sentiero indicato dalla Vigilanza Bce per il turnaround che, anche a causa dei mesi di scontro in cda, si è interrotto. Il ripristino del total capital ratio sopra i livelli minimi chiesti da Bce non è avvenuto attraverso il lancio del bond subordinato perchè il mercato lo avrebbe sottoscritto a condizioni tali da minare la reputazione della banca sull’obbligazionario. E difficilmente potrà essere emesso entro fine anno, soprattutto dopo il downgrade dell’agenzia Moody’s che è arrivata a paventare un rischio «resolution» per Carige. Rischio che per ora non è stato indicato da Bce. Ma molte nuvole si addenseranno in autunno sulla Genova bancaria. Il 2 novembre sarà reso noto l’esito degli stress test e Carige è inevitabilmente tra le banche a rischio. L’esito del test confluirà poi nelle richieste di capitale individuale (Srep) di Bce per il 2019, che tiene conto anche della governance degli istituti. Forse anche ricordando il rischio default corso nel novembre dell’anno scorso, a Roma si sta valutando un piano B di emergenza che potrebbe coinvolgere il braccio volontario del fondo interbancario di garanzia. Ipotesi per ora puramente teorica, ma un «backstop» va preparato in anticipo anche se poi non verrà mai utilizzato. La barca per ora sta a galla ma non è certo un segnale di ottimismo quello che arriva dai consiglieri di amministrazione che, educatamente, si mettono in fila per dimettersi al ritmo di uno al giorno. Ramon Quintana ed Elke Konig attendono di nuovo Carige al varco dell’autunno.

venerdì 27 luglio 2018

Gergo monetario: molta confusione per nulla

Gergo monetario: molta confusione per nulla
di Marco Saba, 27 luglio 2018
(dedicato al neoscelto presidente della RAI Marcello Foa) 


A chi si avvicina per la prima volta alla questione della moneta, vengono presentate una serie di definizioni poco chiare che sembrano presentare un quadro parecchio confuso e conflittuale.

Quante definizioni di moneta ci sono ?

Per esempio: "moneta fiat", "moneta a corso legale", "moneta legale", "moneta scritturale", "moneta creditizia", moneta "bancaria", "moneta contabile", "moneta elettronica", "moneta digitale", "moneta virtuale", "moneta locale", "moneta complementare", "criptomoneta" o "criptovaluta", "moneta fiduciaria", "moneta contante", "moneta a corso forzoso", "moneta merce", etc.

Origini della confusione

Per non contare quando la stessa definizione vuol dire cose diverse nell'immaginario collettivo e nella tecnica contabile o bancaria.
Il caso piu' evidente e spesso oggetto di confusione riguarda i depositi bancari (moneta eletronica o digitale o bancaria, definita da Banca d'Italia "moneta legale" - da non confondere con "moneta a corso legale" che, nel caso dell'euro, consiste in monete metalliche e banconote create dal SEBC (BCE), anche se ultimamente aggiungono alla definizione la loro moneta elettronica definita come "riserve della BCE". Nella misura statistica "M1" la BCE ne considera tre: le monete metalliche, le banconote e i depositi bancari non vincolati. Cosa vul dire ? Che questi tre sono i principali aggregati di moneta conosciuti come "contante", ovvero "contante materiale" e "contante elettronico". Usare quindi la generica definizione di "contante" per indicare il solo "contante materiale" è fuorviante. Difatti, anche le norme contabili internazionali IAS-IFRS (IAS 7.6), recepite dall'Unione Europea e dalla dottrina contabile nazionale, identificano i "depositi a vista" in conto corrente come "contanti". Lo stesso dicasi per le norme contabili americane US-GAAP (ASC 942-230-20) e le svizzere SWISS-GAAP (FER 4).

Esiste davvero il pericolo di corsa agli sportelli ?

Ma allora, osserverà il lettore, tutto questo parlare di "corsa agli sportelli" non ha senso, visto che è contante sia la moneta metallica, sia la banconota che il deposito! Se, andando in banca, non hanno abbastanza "contante materiale" da darmi, possono sempre riempirmi una carta ricaricabile col "contante elettronico" presente nel conto corrente ! Esatto. Infatti, la pretesa di far credere al pubblico che il deposito debba essere convertito in contante materiale per essere usato quale moneta è solo un trucco per far credere che le banche abbiano bisogno dell'assistenza di qualcuno per poter erogare moneta, ovvero che le banche siano solo "intermediarie", nascondendo cosi' l'attività giornaliera di zecca clandestina.
Dire che il denaro nel deposito debba esserte convertito in banconote per essere efficace come contante è come dire che le banconote debbano essere convertite in monetine metalliche prima di essere efficaci come moneta.

La banca commerciale agisce come una zecca clandestina ?

Per quanto possa sembrare incredibile, attualmente le banche svolgono attività di zecca "clandestina" del contante elettronico a causa di una irregolarità contabile: le banche non indicano la creazione di moneta nelle entrate dei flussi di cassa, all'atto della creazione. La banca crea direttamente la cifra nel conto del cliente - crea un deposito, come dice la Banca d'Italia - registrando una uscita di cassa senza sottostante (flusso di cassa negativo, "va sottozero"...).
Nello Stato patrimoniale indica tutti i depositi come fossero passività, come se la banca non avesse mai consegnato il mezzo di pagamento elettronico. E' questo il motivo per cui, nel rendiconto finanziario e nel conto economico delle banche non risultano le cifre enormi del capitale creato ed utilizzato per gli impieghi.

Ma cos'è la "moneta legale" ?

La Banca d'Italia indica i depositi come moneta legale intendendo pero' che è "legale" perché non ha sottostante, non comporta nessun obbligo di rimborso, in natura o meno, da parte della banca. Il pubblico invece crede erroneamente che l'aggettivo "legale" sottintenda una qualche legge che governi la creazione di tale moneta. In realtà, con "moneta legale" (o moneta fiat) si intende una moneta che non è moneta-merce, ovvero non è moneta garantita da una contropartita di beni, come oro, argento od altro. Due concetti ben diversi...

Cosa si intende per "moneta" ?

La moneta è semplicemente il mezzo convenzionale che la gente utilizza per facilitare lo scambio di beni e servizi. La moneta è pubblica quando chi ci guadagna a crearla è lo stato (credito pubblico). La moneta privata si distingue in: moneta bancaria e moneta creata da altri privati. Se la moneta creata da privati imita in maniera indistinguibile la moneta a corso legale (biglietti di carta e monete metalliche), è falsa. La creazione ex novo di moneta scritturale (virtuale, elettronica, digitale, etc.) non è normata dalla legge, pertanto le banche vengono attualmente indicate solo come "intermediari" finanziari e non come "zecche autorizzate".

Due definizioni fuorvianti: "moneta contabile" e "creazione di depositi"

La "moneta contabile" non esiste, esiste moneta che alla creazione viene contabilizzata, oppure no. Le scritture contabili che utilizzano la moneta corrente implicano sempre che questa moneta da qualche parte esista, che sia materiale o meno. I depositi, contrariamente a quanto asserisce la Banca d'Italia, non possono essere "creati" senza che prima sia stato creato il sottostante. La creazione tout-court di scritture contabili di deposito senza contante sottostante sono senz'altro false scritture contabili (se il "depositato" non esiste, non puo' esservi alcun "deposito").

Ma la CONSOB cosa dice sulla moneta ?

Beppe Scienza in una corrispondenza privata, mi scrive - in risposta ad una mia sollecitazione a prendere posizione sulla questione della moneta bancaria creata fuori dai flussi di cassa - testualmente: "che le banche creino moneta non è magari noto al largo pubblico, ma fra gli studiosi della materia è cosa assodata.Vedi per es. cosa scrive la stessa Consob al riguardo: http://www.consob.it/web/investor-education/dalla-moneta-fisica " - dopodiché chiosa "che spiega anche come la bilancia di pagamenti crei o rispettivamente distrugga moneta." 

 Se andiamo a vedere la pagina in questione troviamo che il testo CONSOB già ad una prima lettura appare fuorviante contenendo informazioni inesatte (le banche non distruggono moneta, mai, semmai le banche centrali accumulano la moneta estera sotto forma di "riserve") o palesemente false (non sono le banche nel loro complesso che creano moneta ma la singola banca, vedi:
Werner, R.A., Can banks individually create money out of nothing? — The theories and the empirical evidence, International Review of Financial Analysis, Volume 36, December 2014, Pages 1–19
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1057521914001070
o semplicemente omissive (le banche creano moneta anche quando pagano gli stipendi, le consulenze, i fornitori, l'acquisto di nuove sedi, quando incassano cash e incrementano i depositi, etc.). Da qui nella mia risposta a Scienza:  
"Se questa enorme creazione, nel tempo, che avviene fuori bilancio (clandestinamente) - vedi:
Cash Flow Accounting in Banks— A study of practice, Ásgeir B. Torfason, University of Gothenburg, 2014
https://gupea.ub.gu.se/handle/2077/35272
non influisce secondo te, direttamente o indirettamente, sul risparmio gestito o sulla previdenza integrativa, ok, ne prendo atto...".
Evidentemente questa massa monetaria che sfugge a qualsiasi controllo superficiale non solo influenza quantitativamente il risultato del risparmio e della previdenza integrativa - basti pensare che dal 1880 ad oggi la lira si è deprezzata di 2,5 milioni di volte ! - ma influenza anche qualsiasi attività in cui poi venga investita dalle banche al momento del riflusso dove, ma solo contabilmente, sembra sparire inghiottita nel nulla. Basterebbe un'indagine sulla gestione operativa del conto accentrato della singola banca per rendersi conto del fatto che la moneta elettronica non viene distrutta...

(continua...)