sabato 26 settembre 2026

Il cetriolo del Rhine Group, in arrivo da Ginevra, è in orario

Il Reno scorre in Svizzera. L’Europa, a quanto pare, anche. Menù fisso, coperto extra.

Hanno fondato un’associazione svizzera per spiegare all’Unione Europea come diventare competitiva. Si chiama Rhine Group, che è un nome da fiume e un indirizzo da paradiso. Co-presidenti: Mario Draghi e Patrick Collison. Direttore esecutivo: Luis Garicano. 

Sede legale: Ginevra, presso una fiduciaria — il genere di indirizzo che, se lo avesse un idraulico di provincia, scatterebbe un’indagine della Guardia di Finanza; se lo ha chi deve salvare l’Europa, si chiama indipendenza. 

Sito: Webflow di San Francisco, server Amazon in Virginia. Prima sessione: Baden-Baden, 20-23 settembre 2026. 

Metodo: Chatham House Rule. Si può ripetere cosa è stato detto. Non chi l’ha detto. Come al ristorante: il conto esiste, il nome sul conto no.

Non è un parlamento. Non è un commissariato. Non è un mandato. È un club. I club, quando parlano di destino comune, di solito stanno servendo un altro tavolo. Il cameriere sorride. Il piatto è “competitività”. Il vino è “innovazione”. Il dessert è “non eravamo troppo tardi”. Il coperto lo paga chi è rimasto a Bruxelles a fare la fila.

Il manifesto è da stand-up già scritto. Delle cinquanta maggiori aziende tecnologiche mondiali solo quattro sono europee. Senza crescita non si pagano difesa, sanità, pensioni, scuola. Traduzione: abbiamo consegnato la stampante e adesso ci manca la carta. Diagnosi già nel rapporto Draghi del 2024, quel tomo da quattrocento pagine in cui l’Europa scopre di essere stanca dopo aver seguito, per un decennio, i consigli di chi lo ha scritto. La novità è il formato. Quando le istituzioni non eseguono abbastanza in fretta, si esce dal perimetro, si affitta una giurisdizione profumata, si distribuiscono i pre-read e si produce “evidenza”. 

Poi si rientra e si dice che non c’era alternativa. È il classico: non sono io, è la scienza. La scienza, in questo caso, ha partita IVA a Ginevra.

Il Reno, nel nome, è un fiume. Nella pratica è un corridoio. Da una parte chi stampa ancora il proprio segno. Dall’altra chi ha trasformato la stampa in un sacramento e chiama “riforma” tutto ciò che non tocca l’altare.

Non è un caso che la Svizzera, per restare ricca, stia nell’EFTA con Norvegia, Liechtenstein e Islanda. Quattro paesi. Quattro monete proprie — o, per il Liechtenstein, il franco del vicino, che è comunque non-euro. Nessuno di loro ha firmato il trattato in cui la banca centrale “indipendente” crea la base e i governi poi telefonano per sapere se possono respirare. Hanno il difetto grave di poter ancora dire: questa ricevuta è nostra. Per l’ortodossia continentale è quasi osceno. Come tenere il forno in cucina invece di affittarlo a un pasticcere di Francoforte che poi ti spiega, con grafici, perché il pane è caro.

Al contadino europeo non far sapere quanto è buona quella differenza. Potrebbe alzare gli occhi dal volantino sulle “sfide globali” e chiedere perché il vicino con la mucca e il franco sta meglio del cugino con lo spread e il Recovery. Potrebbe scoprire che sovranità non è un souvenir da bar dello sport: è il diritto di emettere il titolo di valore sul proprio territorio invece di prenderlo in leasing da un istituto che ha la liturgia a Bruxelles e il bilancio dove gli pare. 

Per questo il Rhine Group sta divinamente a Ginevra. 

Non perché Baden-Baden manchi di terme. Baden-Baden è perfetta: si entra malati di competitività, si esce idratati e con un comunicato. Quattro giorni di vapore, compute e grant. Si discute di chip come si discuteva un tempo di fegato. Si prescrive capitale verso gli start-up. Si annuncia una cattedra. Si invita, si dice, anche von der Leyen: il massimo della partecipazione popolare è far salire il cameriere capo a prendere nota. Poi Chatham House. Nessuno ha detto niente. Tutti hanno deciso tutto.

Intorno al tavolo i soliti complici: Nobel, ex ministri, banchieri, fondatori di Stripe, Klarna, Shopify, Celonis, Bending Spoons, ION, Atomico, Iliad. Chi costruisce i binari dei pagamenti. Chi i software dei mercati. Chi i fondi. Chi i giornali che dopodomani spiegheranno, con tono commosso, che le riforme erano l’unica via. L’Est europeo che dal 2004 sta dentro l’Unione è quasi assente. Un Ilves, niente Polonia. L’Europa da rilanciare ha una mappa da club: entra chi conta nei flussi. Chi subisce i flussi può leggere il comunicato.

Il dettaglio comico è da antologia. Per l’autonomia strategica europea si appoggia il sito sugli Stati Uniti. Per la trasparenza si adotta la regola che cancella i nomi. Per salvare il secondo mercato del mondo si sceglie la giurisdizione di chi non è quel mercato. È come fondare la Lega del Risparmio Energetico in una villa con tutte le luci accese, e poi dare la conferenza stampa dal salone del vicino che non ha firmato la bolletta. 

Draghi ha già salvato l’euro con una frase. È il record mondiale: tre parole, un continente, zero referendum. 

Collison ha già costruito i binari su cui l’economia digitale incassa. Insieme ora salvano la competitività con un’associazione elvetica. Se funziona, sarà storia. Se non funziona, sarà comunque un weekend termale con vista sul declino altrui. In entrambi i casi il cameriere ha fatto il suo. Il piatto è arrivato caldo. Il conto no.

L’ipocrisia non è che esistano i think tank. L’ipocrisia è il grembiule. 

Il cameriere dei super-banchieri non alza la voce. Porta il menu. Recita i chip, la difesa, l’intelligenza artificiale, le università. Non dice mai chi siede in capotavola. Chiama “sovranità europea” un club svizzero. Chiama “evidenza” un paper letto sotto omertà di lusso. Chiama “destino comune” un elenco di membri in cui i popoli sono comparse e i binari del pagamento sono titolari. Se qualcuno chiede del lato sinistro del bilancio — chi emette la ricevuta, chi incassa il signoraggio, chi decide i tassi — il cameriere sorride e propone il vino della crescita. Eccellente annata. Note di urgenza. Finale di grant. 

I super-banchieri non hanno bisogno di sedersi in Parlamento. Hanno già i camerieri: ex presidenti di banche centrali riciclati in profeti, imprenditori dei pagamenti riciclati in pedagoghi, economisti riciclati in direttori di associazioni extraterritoriali. Portano il vassoio. Non firmano lo scontrino. Lo scontrino lo firmano gli Stati che hanno ceduto la stampante e adesso devono “competere” per servire un debito nato nel bilancio di un altro. È il miracolo laico del continente: prima ti tolgono il forno, poi ti fanno un corso di cucina.

L’EFTA non è un paradiso. Ha banche, cartelli, ombre, e il tono di chi non deve giustificarsi in eurogruppo. Ma tiene una cosa che l’eurozona ha sepolto sotto il velo contabile: la differenza tra ricevuta emessa in casa e ricevuta emessa da un istituto che poi ti manda quattrocento pagine per spiegarti perché il pane è caro e tu sei poco competitivo. In Svizzera chiamano quella differenza “normale”. A Bruxelles la chiamano “populismo”. A Ginevra, per non litigarsi, non la chiamano.

Al contadino europeo non far sapere quanto è buona la sovranità monetaria. Potrebbe chiedere perché, per salvare l’Unione, bisogna uscire dall’Unione. Potrebbe accorgersi che il problema non è solo la scarsità di chip. È la scarsità di chi può ancora dire: questa moneta è nostra. Potrebbe, Dio non voglia, smettere di credere al cameriere. 

Il Reno continua a scorrere dove gli conviene.

I camerieri continuano a sorridere. 

I super-banchieri non ordinano: sono già a tavola. 

E l’Europa, secondo il menu, non è troppo tarda. 

È solo seduta dal lato sbagliato del tovagliolo...

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